Piani&Periferie

5
Media: 5 (1 voti)
Con molta enfasi, almeno tra gli addetti ai lavori, lunedì scorso la stampa specializzata e non solo, ha pubblicizzato la notizia della firma delle convezioni relative all’attivazione dei primi 24 “Piani Periferie” selezionati in base al bando avviato con la Legge di stabilità del 2016. I tempi saranno molto stretti; si tratta di utilizzare circa 500 milioni di finanziamenti pubblici messi a disposizione degli enti locali, per cofinanziare interventi di varia natura che mettono insieme opere pubbliche (edifici scolastici, verde e spazi pubblici, edilizia economica e popolare, ecc.) sistemi di mobilità sostenibile, gestione delle risorse energetiche, ecc. con programmi di “inclusione sociale” e di promozione del lavoro, che dovrebbero rilanciare o costruire ex novo una “comunità” che riesca a produrre un processo interno di rigenerazione del tessuto edilizio e sociale.L’enfasi e l’entusiasmo sono del tutto giustificati; viene messo in evidenza che da tempo lo Stato non metteva sul piatto una così importante quantità di finanziamenti, sia in prima battuta sia in prospettiva, attraverso il DPCM attuativo della Legge di Stabilità 2017 e i fondi FAS. Vorrei in questa sede, tuttavia, porre alcune questioni che mi sembra emergano con evidenza. Riporto, tra virgolette, un pezzo dell’articolo di edilizia e territorio: “Solo il 10% degli interventi ha già i progetti esecutivi, il 13% ha la progettazione definitiva, il 77% solo la progettazione preliminare o lo studio di fattibilità. Circa i primi 24 si sa solo che la percentuale più alta di progetti esecutivi è del Comune di Andria (35%), seguita da Torino (34%), Messina (30%), Grosseto (27%), Modena (23%). Lecce presenta la percentuale più alta di progetti definitivi (73%), seguita da Roma (71%) e da Bergamo (48%). Dall'analisi dei cronoprogrammi presentati dagli enti emerge che il 31% dei progetti prevede tempi di attuazione fino a due anni, il 44% un tempo fino a tre anni, il 25% fino a quattro anni, il 20% superiore a 48 mesi, con punte di 72 mesi in due casi”.Da questa descrizione, viene in evidenza una notevole differenziazione è un generale stato di "immaturità" tra i progetti finanziati. Indubbiamente, si è trattato di un bando “estivo”, forse attivato sulla scorta degli attacchi terroristici dei mesi precedenti all’agosto dell’anno scorso, incubati nella periferia parigina e, quindi, si è creato una sorta di “alibi” sul non avere progetti pronti per la immediata “cantierabilità”. Dopo la pubblicazione dell’elenco definito dalla Commissione, tuttavia, rimane un dubbio: non si dovrebbero “tagliare” quei progetti che non hanno raggiunto la sufficienza ed eventualmente, se si ritiene che abbiano un senso, avviare un percorso di assistenza per la loro maturazione in coerenza con i fabbisogni di riqualificazione, magari espressi solo in embrione? Oppure il tema delle periferie si riduce ad una distribuzione delle risorse? Tralasciamo, per il momento, il circolo vizioso della carenza e della difficoltà di finanziare piani, programmi e progetti, in via ordinaria, sulla base di una prospettiva politica e tecnica utile; non è un tema irrilevante, ma merita una trattazione completa e articolata. In altre occasioni ho espresso qualche perplessità circa la reiterazione, ormai da più di venti anni, di alcuni modi di operare, da riconvertire sulla base di presupposti mancanti: sarebbe necessaria una convinta intelaiatura nazionale di riferimento sulle politiche urbane e su quelle di economia territoriale; la coesione e la cooperazione istituzionale, integrata dalla sussidiarietà orizzontale e verticale dovrebbe essere la vera chiave di successo di qualunque ipotesi di sviluppo su base territoriale; costruire programmi di intervento sulla città di natura principalmente "gestionale" ovvero composti da azioni legate al coinvolgimento del milieu locale, con ritorni di gestione finanziaria e sociali, di medio-lungo periodo, che producano un effetto sul tessuto edilizio, sulla città e sul territorio, in un ottica di reale sostenibilità, dovrebbe essere ormai la prassi e non un evento straordinario.Quello che si impone, con sempre più evidenza, è il cambiamento dei termini che ci hanno accompagnato nel secolo scorso e che ci accompagnano ancora oggi, modificandone il significato profondo: così, “piano regolatore” è un termine senza senso per la maggior parte delle persone, una cosa distante e astratta, ma potrebbe assumere un valore contenutistico diverso rinominandolo, ad esempio, “piano per il futuro della comunità”. E’ un cambiamento nel quale i cosiddetti “corpi intermedi”, i soggetti esponenziali non possono ancora avere l’obiettivo, quasi esclusivo, di gestire la distribuzione delle risorse, ma dovrebbero sollecitare proprio la costruzione di progetti qualificati, pronti a trovare le fonti finanziare pubbliche, necessarie per l’accensione della miccia del processo di rigenerazione urbana.