Otto proposte per discutere

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Per stimolare il dibattito sul tema del degrado urbano vi propongo, di seguito, un breve commento - ovviamente aperto ad ogni contraddittorio, integrazione, riflessione da parte di chi legge - sulle otto proposte che la Commissione di inchiesta sulle periferie ha lasciato come spunti da riprendere all’insediamento della prossima legislatura.Un profilo principale da sviluppare, a mio avviso, è da cosa e come possono essere legate queste proposte e, sopratutto, in quale maniera sia possibile saldare in modo efficace la dimensione locale, cittadina e di quartiere, con quella regionale e nazionale per fare in modo che sia possibile mettere in atto concretamente un “piano” unitario di riscatto e riabilitazione dei luoghi urbani “distanti” dai diritti di cittadinanza. Stiamo parlando, secondo le stime dell’ISTAT, di circa 15 milioni di cittadini coinvolti. 
  • Riferimento centrale univoco.
Tema già conosciuto che ha visto anche il tentativo di creare un organismo di governance e di indirizzo politico di livello nazionale, il CIPU, che non sembra avere avuto un grande successo. La ripartizione dei poteri, delle competenze, delle fonti di finanziamento, di piani, programmi e progetti per la rigenerazione urbana non ha trovato ancora una modalità di interazione e di sintesi convincente. Quale può essere la strada per fare in modo che la cooperazione istituzionale vada in un verso omogeneo e sia realizzata effettivamente? Non penso che sia utile pensarle a nuove istituzioni, che rischierebbero di essere una “sovrastruttura”. È utile costruire un punto di “attenzione” politica (presso la PCM? La Conferenza unificata?) che si ponga come missione - avendo in dotazione anche qualche strumento concreto - la facilitazione dei rapporti istituzionali? 
  • Programma pluriennale per l’intervento urbano.
Non c’è dubbio che occorre programmare gli interventi su una base pluriennale di medio - lungo periodo. Si tratta di uno dei punti deboli della capacità di intervento istituzionale di questi ultimi anni e il corollario indispensabile è anche una pianificazione di finanziamenti che abbiano una prospettiva certa, stabile e strutturale. Ma la parte più importante di questo programma è in carico al governo delle città che devono sviluppare una progettualità organica ed efficace, coinvolgendo il proprio capitale sociale e territoriale, garantendo che questo programma pluriennale sia condiviso, promosso e attuato per radicare un nuovo senso della comunità urbana. 
  • Legislazione sulla città pubblica e sul governo del territorio.
Forse qualche intervento legislativo potrebbe anche essere necessario, ma non credo che sia uno degli elementi principali. Di legislazione forse siamo anche sovrabbondanti e la legge sul governo del territorio nazionale mi sembra ormai superata nei fatti. Sotto questo aspetto andrebbe rafforzata la capacità di gestire la normativa, cercando di eliminare le contraddizioni e incrementando l’azione della pubblica amministrazione di operare con lo scopo da una parte di tutelare gli interessi pubblici e, dall’altra, di mettere in moto meccanismi sani di partenariato pubblico - privato.
  • Costruzione di politiche per la rigenerazione urbana.
Probabilmente molte esperienze già incorso di attuazione contengono già gli elementi per identificare una politica urbana; mettere a sistema queste esperienze, ricondurre i successi a metodo e prevenire le criticità, individuare e diffondere modelli di comportamento positivo potrebbe essere una modalità con la quale costruire delle politiche diffuse di rigenerazione urbana, basate sul come si fa (o perché non ha avuto successo)  e sul come è stato fatto
  • Rilancio delle politiche abitative e contrasto all’abusivismo edilizio.
Le politiche abitative rappresentano uno dei fondamenti della qualità urbana e dei diritti di cittadinanza. Dopo aver liquidato la contribuzione sul lavoro finalizzata all’edilizia residenziale pubblica, il fenomeno del disagio abitativo si è radicalizzato ed esteso; circa 650 mila famiglie in lista di attesa erp, il 90% degli sfratti eseguito per morosità, nuove forme di fabbisogni e marginalità abitative. Non sfugge, quindi, l’importanza di rilanciare le politiche abitative associata anche al ripristino della legalità sui requisiti per il mantenimento del beneficio e l’esigenza che si attui una riforma degli IACP / ATER che li veda coinvolti, per rivedere completamente il modello gestionale. Ormai tramontato completamente l’alibi della necessità come causa dell’abusivismo edilizio si tratta di applicare le norme esistenti per la prevenzione e la repressione dei reati urbanistici ed edilizi; purtroppo i tre condoni edilizi hanno lasciato parti di città illegali, senza servizi sufficienti e deficit infrastrutturali da colmare quasi insormontabili; anche in questo caso stiamo parlando di azioni di lungo periodo, pazienti, che abbiano come presupposto la ricostruzione del senso di collettività. 
  • Integrazione delle politiche di sicurezza urbana con il contrasto al degrado.
Con la legge “Minniti” si è aperto un dibattito non scontato sulle modalità per garantire la sicurezza urbana e nel contempo non creare situazioni di segregazione tra i cittadini. Mi sembra si tratti dell’argomento più delicato, dove l’equilibrio tra mantenimento del decoro urbano, prevenzione della inclusione  della criminalità nei quartieri sia un tema principale per fare in modo che si senta la presenza dello Stato e si sottraggano interi quartieri alla gestione della criminalità organizzata, liberando le famiglie in “ostaggio” di questa situazione. 
  • Sostegno alle politiche sociali attive.
In un certo senso, è un tema complementare a quello delle politiche di sicurezza. Una chiave nuova, che sta avendo successo in molte situazioni di disagio urbano è proprio quella di attivare le forze sociali, la comunità presente nei luoghi degradati, sostenendo le azioni di rivitalizzazione e di coinvolgimento su problemi comuni e quotidiani: abbandono scolastico, disoccupazione, opportunità culturali, ecc. Un modo di agire che non va sottovalutato o reso del tutto “istituzionale” ma assistito, coltivato e protetto, proprio per creare alternative possibili all’idea ineluttabile della impossibilità di riscattarsi e di riscattare il proprio quartiere. 
  • Promozione della piccola economia urbana.
Anche in questo caso, appare una proposta che si integra con quelle precedenti. L’economia di quartiere ha costituito da sempre un elemento di coesione sociale, che va sostenuto e incrementato. Si tratta di un mix di azioni, che vanno dalla formazione al microcredito, alla creazione di nuove opportunità di lavoro e così via. Siamo completamente al di fuori, come per le altre due proposte precedenti, dalla riqualificazione fisica della città, mentre viceversa, stiamo in un ambito più difficile di riabilitazione della dignità delle persone e delle famiglie.Qualche domanda finale.È tutto? Sono convincenti le proposte che la Commissione ha avanzato? Lascio senza risposta, perché a mio avviso la riqualificazione delle città non è un tema con una soluzione unica, riguarda una pluralità di aspetti e, sopratutto, può mettere in gioco la qualità della nostra vita futura.